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L’arte dedicata ad una vita


La grande pittura poggia sulle grandi idee. Le grandi idee hanno questo effetto: o di stimolare lo spirito del pittore oppure di soffocarlo.

L’idea ferace di Raffaele Canoro è l’osservazione del mondo.

Un lungo pellegrinaggio verso un luogo sacro: il mondo del silenzio, quello della meditazione, della pratica del dipingere.

Il suo sguardo si veste di indagine scientifica rimanendo su un corpo integro, non corrotto; schivando con cura il compiacente naturalismo, l’impassibile iperrealismo ed il limbo dell’avanguardia.

Nell’opulenza della civiltà occidentale, dove c’è sempre meno spazio, meno ossigeno, meno tempo; in questa cultura dell’urgenza del fulmineo, già usato, del fare senza pensare; dove l’arte diventa una splendida superfluità; il nostro artista appare come un dinosauro sopravvissuto, con un pesantissimo bagaglio: il dolore della conoscenza.

Nel veloce passaggio su questa pietra che gira nello spazio, in questo dissolversi, egli rifugge dal segno effimero, casuale, immediato, sperimentale, dall’ atto gratuito; celebrando, dopo una gestazione lunga, il segno insaziabile dei suoi umani paesaggi.


Avanzo in religioso silenzio in questi ambienti disadorni. E’ una cattedrale o una cripta? Un luogo sacro oppure un luogo dimenticato? Le sue opere sono coperte , rivolte verso le pareti, in quest’officina dei sensi, accorpate l’una accanto all’altra; come in castigo. Il tempo storico è questo, dove c’è stata una sostituzione dei verbi in cui la sintassi dell’estetica è stata volutamente sovvertita. La bellezza trasfigurata in trasgressione. L’arte è morta e questi sono i cadaveri e le vittime.

Dal suo “Poema metropolitano” recupero tracce, seppur disomogenee, dove si compongono pensieri e sensazioni quasi come in caduta libera: turbati , labirintici, sospesi; è come passare in una tempesta in cui immagini oniriche danno voce alla sua personale visione di un mondo reale in cui domina la barbarie.

Dalle origini dell’uomo il sentimento spietato della sete di possesso in nome non sempre della sopravvivenza, è stato il filo rosso che ha permesso atroci ingiustizie, rendendo la Terra molto meno ospitale di quanto si ostenti far credere. La feroce, incessante, spregiudicata contraddizione tra umano e disumano, intrappolata nello stesso genere vivente, lo porta a credere che l’essere umano non possa appartenere a questo pianeta, ma sia il frutto di un esperimento, portato qui da un essere diverso.

Nessuno, come l’uomo stesso, ha mai messo in discussione l’ecosistema, deviando fiumi, svuotando montagne, inquinando mari. Irrimediabilmente si è perso il rapporto con la natura in questo avanzare inesorabile di asfalto e cemento. Stiamo precipitando in un abisso insanabile e il tempo che ci è concesso in questa parabola è solo un misero intervallo che non potrà darci il significato completo ai tanti interrogativi sulla nostra presenza.
Non c’è languore e pietà neppure nella nascita: una condanna alla pena capitale, ogni giorno procrastinata, sospesa in un tormento.
Non è pessimismo gratuito. Piuttosto un anelare alla verità dove quasi tutto è ammantato di luride ipocrisie. C’è chi è fiera feroce e chi debole preda; tutti colpevoli e complici: inermi, compiacenti o violenti.
Una possibilità di riscatto è ravvisata nella conoscenza. Conoscenza come cultura che forgia l’intelligenza, per sfuggire alle trappole dei dogmi delle fedi e da quelle delle mode che plagiano l’identità.

La pittura di Raffaele Canoro trae una grande motivazione dalla continua denuncia contro la lussuria, l’edonismo, l’effimero: tentazioni sempre in agguato nella società, per prosciugarci la volontà, per svuotarci i cervelli, per comandare i nostri pensieri, le nostre scelte, i nostri atteggiamenti.

Il viaggio dell’umano e disumano della pittura di Canoro ricorda quello oltremondano di Dante. Mentre la Commedia dantesca si avvale delle descrizioni delle anime dopo la morte, in Canoro ci sono personaggi reali che esprimono le loro condizioni esistenziali. Lui, l’artista, non passa incolume come Virgilio nei gironi danteschi come semplice spettatore, ma partecipa, subisce, si sporca, si ferisce di tutti i delitti, malesseri e deformazioni. E’ sempre protagonista delle passioni erranti delle sue tele. Nel suo cammino, in questo viaggio dunque mondano, non ci sono castighi eterni, pene catartiche e beatitudini spirituali nell’ordine suggerito dalla Divina Commedia. Non ci sono su questa terra e non ci saranno dopo.

Le opere di Canoro rimandano a quella dantesca proprio nel modo in cui l’artista vigila come osservatore attento, come cronista e testimone del suo tempo, evidenziandone vizi e virtù. Non c’è tripartizione del destino: dannati, espianti e beati. Già qui, nell’unico mondo dei vivi, queste indistintamente si confondono mischiandosi.

Nella visione di Canoro tutto è capovolto: i meritevoli sono quelli senza qualità e gli svantaggi e ostacoli spettano a chi è dotato di uno spirito puro, autenticamente impegnato a dare un contributo sano. Seppur tragica ed inaccettabile, solo la morte potrà essere salvifica dalle pene e dagli affanni; solo la morte porrà fine ad ogni forma di degenerazione. Non ci sarà né premio né pena dopo di essa. Solo il silenzio in cui la natura si riprenderà quello che le è stato usurpato. In quest’evidente visione evoluzionistica, Canoro vede l’uomo nella sua irreversibile fase discendente.

Un grande contributo critico che ha dato voce alla pittura di Raffaele Canoro fu Paolo Ricci: un intellettuale totale, che in oltre cinquant’anni del Novecento a cavallo della seconda guerra, è stato un punto di fondamentale importanza per Napoli, e seppe intuire nel giovane artista gli esordi di un’arte tormentata e complessa.

Paolo Ricci, negli anni settanta, notò come Raffaele Canoro desse l’esempio di come si potesse operare sul piano dell’arte e della cultura figurativa percorrendo una strada del tutto autonoma, senza lasciarsi incasellare ed irreggimentare in schemi e definizioni mercantili, di scuole o di indirizzi estetici che molto spesso esistono soltanto nella mente dei sedicenti critici che li hanno inventati.
In un articolo sull’ Unità del 1976, Paolo Ricci riguardo ad una sua mostra all’ “Incontro”, scriveva: << […] disegni che costituicono un racconto allucinante e crudele sulla condizione dell’uomo in una società che lo condiziona con tutti i mezzi, lo riduce ad oggetto […] lo incarta come una merce e lo sottopone a sottili violenze >>.
Paolo Ricci aveva compreso profondamente il sogno di un artista che descriveva per immagini la condizione di chi lavora controcorrente. Sui suoi articoli coglie la disperazione, la rabbia di chi ha la coscienza di vivere in un ambiente culturale che, o si accontenta degli estetismi e dei narcisismi che tanto divertono la borghesia e i suoi rappresentanti o si adagia nella tradizione oleografica, ottocentesca napoletana.
Di quegli anni sono alcune opere dal titolo “Sotto al manifesto”, nate dal bisogno di contestare una certa realtà visiva urbana ereditata dalla cultura americana che iniziò a dilagare in Italia dal secondo dopoguerra: grandi manifesti pubblicitari ossessivi e minacciosi, ambigui e osceni. Di quegli anni è da ricordare la grande tela esposta in occasione della Quadriennale d’Arte (1975) al palazzo delle Esposizioni a Roma, “Monumento equestre” che alludendo ad atteggiamenti sessuali, è ancora una volta un’esplicita denuncia a quella pornografia consumistica che esaltava l’aggressività e ammiccava al voyeurismo.
L’immagine mercificata in funzione persuasiva ed alienante si sostituisce alla natura e alla cultura, indottrina eserciti di masse di consumatori che attraverso il subliminale assorbono passivamente i bombardamenti delle centrali pubblicitarie.

Paolo Ricci, per quanto sottolinei come i primi ad avvertire la prepotenza delle immagini pubblicitarie come un dato acquisito della vita urbana siano stati i Pop americani, chiarisce anche come la stessa operazione Pop, nonostante avesse una carica grottesca e dissacratoria, finisca per fare un gioco propagandistico proprio a vantaggio di quei prodotti elevati a simboli della civiltà consumistica che si volevano dissacrare. Infatti fu proprio lui ad evidenziare nella sua crudezza e verità assoluta come la pittura di Raffaele Canoro entri in contrasto con la pittura Pop distanziandosene sia dal lato formale che contenutistico. Il grande intuito e la profonda sensibilità di Ricci propone piuttosto un parallelismo di queste opere di Canoro con quelle dei murales messicani, specie riferendosi ai cicli di Siquieros e di Orozco che avevano la forza sanguigna della protesta popolare sicuramente più vicina al realismo, al processo analitico, alla denuncia appassionata e al messaggio politico del giovane pittore napoletano.

C’è un momento importante in cui avviene un cambiamento fondamentale che consolida il carattere inquisitivo della sua pittura. Intorno agli anni settanta c’è stata una vera e propria revisione coloristica in cui abbandona definitivamente quel senso della pittura popolare e quei colori primari che invadenti interferivano con l’essenza del suo linguaggio.

Già dalle opere “I barboni” in poi, il colore assoluto appare attutito. L’artista non si lascia più comandare e sopraffare dai gialli e dai rossi che ora riesce a modulare in una tavolozza dalle tonalità più severe e controllate offrendo una quantità maggiore di gradazioni all’osservatore. La sua pittura vien fuori come se fosse una laccatura cinese, cioè da numerose stratificazioni di materia che costruiscono l’immagine continuamente da progressivi riferimenti sottostanti.

Gli ultimi quindici anni segnano un’ulteriore evoluzione dell’ intensità espressiva e l’acuto impegno che trasuda dalla sua produzione artistica.

Europa, Europa! Finalmente ho trovato lavoro! (2000)

Consta di quattordici tele in cui narra la storia di un tipico personaggio del Sud, Gennaro Esposito, disoccupato endemico che, grazie alla nuova politica, trova finalmente lavoro in un negozio di giocattoli: gonfia palloncini.
Questo ciclo di opere nasce nel periodo precedente all’entrata in vigore della moneta unica e deriva da una chiara posizione, in difesa dei particolarismi e contro i globalismi, che sosteneva già negli anni in cui si iniziava appena ad accennare all’eventualità di un omologazione del sistema economico europeo.
La storia continua e Gennaro Esposito, mosso da grandi speranze, dopo intensi sforzi, rimane ben presto deluso, perché a causa dell’esplosione del pallone, perde il lavoro. E dunque il titolo delle opere cambia in: “Europa, Europa! Ho perso il lavoro!” E’ una storia grottesca, drammatica, cruda, pregnante di quell’amarezza tipica che è rimasta dai Borboni e che in questo modo si alimenta ancora una volta, a causa di una falsa promessa di benessere, di modernità, e progresso. Credo che senza esitazioni si possa considerare questo ciclo di opere come un pensiero profetico o un sogno premonitore del fallimento dell’Europa unita. Il palloncino, simbolo della precarietà economica, rappresenta l’illusione che ci hanno dato di poter migliorare la nostra condizione, ma la sua disintegrazione è anche il risveglio dal torpore di un sonno che ci scaraventa in una grave realtà.
Oggi, solo a distanza di dodici anni si ha il coraggio di ammettere che l’euro è stata un’idea orribile, un errore. E proprio oggi, a distanza di tanti anni, Raffaele Canoro, ritorna sul tema dell’Europa con nuove opere in cui appaiono personaggi in trasparenza attraverso quegli stessi palloncini. Oggi però c’è la sospensione, l’attesa di un’intera generazione senza prospettive per il futuro. L’inquietudine e il disagio hanno preso il posto di quello sforzo rappresentato nelle tele precedenti. L’umiliazione, il disorientamento e il vuoto è la nebulosa che li avvolge: dominante come un’inerzia disarmante.

Mortarelle l’acqua dell’aldilà (2003-2004)

Un tema urgente, sicuramente il più urgente che merita attenzione è quello dell’acqua. Un gesto quotidiano come quello di aprire un rubinetto ed aspettarsi che ne fuoriesca l’acqua, potrebbe ben presto non essere più così dato per ovvio. Essa, fonte di vita, semina morte. Le malattie legate all’acqua uccidono oltre due milioni di persone l’anno e soprattutto bambini, perché la gente è ignara di quel che contenga. Milioni di persone la usano imbottigliata perché pensano sia più sicura. In effetti non si conosce la composizione di quelle imbottigliate e non sempre la loro provenienza è garantita.

L’uomo che beve “l’acqua dell’aldilà” da una bottiglia di plastica è l’essere umano ed il suo ciclo idrologico già compromesso; dunque è già scheletro mentre tracannandola ne fuoriesce dalle sue ossa. Come il petrolio, diventata l’oro blu del XXI secolo, causa guerre e miseria. In sua assenza non abbiamo niente: non c’è vita, non c’è civiltà, non c’è società, non c’è economia.

Il nostro pianeta è un unico, immenso corpo vivente solo grazie ad essa che lo attraversa e circola incessantemente al suo interno. Anche noi, come la superficie terrestre, ne siamo fatti per il 70%. Ma l’acqua del pianeta è inquinata perché nessuno elimina da essa prodotti chimici industriali, pesticidi e farmaci. Tutto ciò sta alterando la chimica del nostro corpo. Una falsa soluzione a questo problema è stata la privatizzazione: in nome di interessi privati aziendali è stato deciso che l’acqua finisse in vendita sul libero mercato, commercializzata, trattata come qualsiasi merce.

“Mortarelle l’acqua dell’aldilà” è un efficace messaggio a questo impellente problema che riguarda l’intera umanità. L’acqua non è una risorsa da possedere, ma da vivere e non può essere privatizzata perché è un bene comune.

L’ultima trilogia di Canoro, “Luce, più luce!” (2011-2012), si ispira alle ultime parole del padre della psicanalisi. Dalla lettura di una monografia su Freud, Canoro ricorda di aver letto che qualcuno presente al suo capezzale udendo dalla voce stessa di Freud - << Luce, più luce! >> - interpretò quest’esigenza spalancando le tende della finestra della stanza, in cui stava spirando l’ultimo anelito di vita. Non era certo la luce del Sole che invocava in quel momento Freud, ma piuttosto un’illuminazione verso l’indagine estrema della psicanalisi e delle scienze connesse a quelle ricerche: così complesse e tanto ostacolate.

Dalle tele di Canoro nascono una serie di interpretazioni sulla contraddittorietà della civilizzazione. Lanterne illuminano sguardi accecati, che emergono dalle tenebre; volti sconcertati, stupiti, increduli; assaliti da un moto interiore escono dalle caverne dell’indolenza. In questa veglia funebre sulla cultura, in questa visione apocalittica in cui imperversa la lotta tra Eros e Thanatos c’è forse ancora una speranza… “ …la voce dell’intelletto è fioca, ma non trova pace finché non trova ascolto […] Questo è uno dei pochi punti su cui si può essere ottimisti per l’avvenire dell’umanità”. ( S. Freud )

“ Il disagio della civiltà “ è uno dei testi freudiani più complessi e controversi. In esso ritrovo casualmente pensieri equivalenti alle intuizioni e alle idee che hanno spinto Canoro a dipingere anche opere come “Crema di bellezza” (2005-2006). Qui c’è il delirio dell’edonismo, l’esasperazione della rincorsa affannosa all’eterna giovinezza, il primato dell’apparenza. L’industria della cosmesi e della chirurgia estetica ingannano le sembianze anche se i nostri organi interni non potranno mai sottrarsi alla vera età anagrafica. L’immagine speculare degli scheletri della morte beffarda che ci aspetta al varco, schernisce la nostra atroce ansia di perfezione e velleità d’immortalità.

Un richiamo ai temi del potere in “Ultima cena” (2006-2007) dove in un banchetto dell’ingordigia in cui si travalicano tutti i limiti della decenza e della morale, bambini neonati, simbolo dell’innocenza, come vittime sacrificali vengono portati sui vassoi della lascivia.

Ancora corpi in “Metamorfosi” (2009-2011). La peculiarità del suo linguaggio infatti è proprio nella teatralizzazione del corpo umano. Il corpo come mezzo, come ostacolo, come trappola, come virus; corpi che si stagliano come orizzonti, corpi come papiri da cui decodificare segni simbolici. Qui dunque ancora corpi, ma corpi di uomini senza un volto. Volti che si sciolgono e si trasformano come maschere di cera. Volti inespressivi, non hanno più sembianze, ma strane smorfie di cartone. L’uomo è in disfacimento e dal capo, alloggio del cervello, inizia a sgretolarsi, modificandosi. La maschera cinta di foglie è il nostro padre Dante o quello che ne rimane, visto che anch’egli è stato dissacrato. In trasparenza, sotto un involucro c’è l’uomo in penitenza che cerca di ritornare ad un grembo materno invocando un’altra possibilità di rinascere. E’ già troppo tardi ed ecco che il Dante di fango non ci protegge più, ma rimescola l’amarezza in una tazza. Si è venduto anche lui distorcendo la chiarezza delle parole e sta per offrirci da bere un’altra menzogna per avvelenarci lo spirito.

Sia in Freud che in Canoro seppur attraverso codici diversi, ma mai troppo distanti, le istituzioni della cultura umana vengono passate al vaglio della decifrazione analitica, che ci mostra il precario equilibrio delle relazioni tra individuo e civiltà continuamente messo a rischio dal conflitto inconscio interno all’individuo, dal sentimento di colpa che tale conflitto produce e dall’aggressività distruttiva che lo accompagna. Il paradosso della civiltà che, formatasi per assicurare agli uomini sicurezza e protezione li ha invece messi in condizione di distruggersi; di una cultura che lungi dallo strapparli alle feroci necessità della natura, ha consentito loro di infliggersi sofferenze enormi.

In “Vento artificiale” (2010-2011) oppure in “Ho diritto al futuro” (2009-2010) (quest’ultima un’iconografia pensata per sostenere una campagna contro le centrali nucleari), ancora vuole porre il nostro sguardo alla morte inscritta al cuore della nostra psiche e del senso della vita; della lotta inevitabile e dei costi della rinuncia, della colpa e dell’addomesticamento delle pulsioni, della sublimazione e dei suoi limiti, della precarietà – infine - di qualunque cultura e identità.

Dalle ultime pagine del “Poema metropolitano” di Raffaele Canoro

C’è un baratro, c’è un muro, c’è un silenzio.
… E questo correre su questi fili senza sapere dove si innestano. …e provi come da sempre, in questo viaggio sospeso. …e sotto di te si stende questo preciso mondo.
Un progetto dove nessuno ha chiesto: con caverne, acqua e paura. Onnivori, becchi aperti che aspettano la caduta. Una caduta venuta da lontano: più è alta, più è greve l’impatto.
Sentinelle disumane non hanno bisogno di specchi per guardare l’anima. Attendo paziente questo nuovo formarsi – e brusche intermittenze sembrano quasi spiegarti il volgersi verso la fine.
Il tavolo settorio della prossima anatomia già è stato preparato. Il silenzio non manca. L’iconografia sulfurea prima della paura. Spietato sentimento localizzato nelle budella e il canto della Compagnia dei Cappucciati si strozza nelle gole della montagna sacra. E perdo come sempre la mia quota viaggiando in discesa a capo dritto verso l’Inferno.
Prima visione. Si, sono proprio morto! Ma che ci vuole per apparire tale? Ma che ci vuole per essere assenti?
Forse non mi sono sgretolato abbastanza. Vorrei che si ripetesse. Semmai! I segmenti anatomizzati, vorrei che si vedessero d’accapo per non sbagliare: se no questo smembramento non è servito a niente, uno spettacolo dell’inutile per distratti ed impreparati osservatori.
No, è proprio vero, sono nella bacheca delle delizie: morto, disteso e sorridente.
Qualcuno ha detto che mi prenderanno il calco di cera per conservarlo in qualche museo.
L’accertamento è stato fatto. Il corpo rappresenta proprio la morte: gelido, indecente, con qualche accenno d’olezzo.
Non ho capito se sono di pietra e mi fonderò al tutto in queste miserie terrestri dove tutti hanno il diritto di dire qualcosa.
Non spero e non lo voglio che qualcuno spezzi una lancia sulla mia memoria – i convenevoli di prammatica, residui di verbi inutili ad esaltare le qualità che non possono conoscere.
Mentre risalgo la proposizione gratuita, un soffio da una caverna vicina mi porta sotto il naso l’aria marcescente che fuoriesce da qualche orifizio sfuggito al controllo dello sfintere.
Si, sono proprio morto. In questa posizione non riesco a muovere neanche un pelo.
Spero che qualche custode s’accorga dei miei occhi sbarrati, assetati d’infinito e mi abbassi con un gesto umano le saracinesche delle fosse orbitali; così mi proietterò nel buio del subumano per sgretolarmi sull’altare.
Mi accorgo adesso d’aver sbagliato: non dovevo lasciarmi uccidere dalla casualità, ma dovevo anticipare l’annichilimento; il poter scegliere il luogo e l’ora per staccarmi da queste rappresentazioni.
Prima che finissi ho visto la grande agonia.

Orizzonti tramutati a festa in quel tempo dove non c’è riposo.
Si spengono i corpi tenebrosi e tornano con calma sospetta. Appresso hanno la memoria più dura della pietra nera. Una memoria, quasi un’arma impropria. Un’arma da parata, lucidata.
Qual è questo giorno, qual è? Forse è quello dove non ci sono. Fosse che non ci sono mai stato, e tutto questo m’è stato raccontato? Da una voce inumana sicuramente, robotizzata tecnicamente. Voce di sintesi.
M’è stato detto che sono morto. Allora perché voglio ricordare?
….La memoria…la memoria…
Sono morto come un albero spezzato, qualcosa che quando cade fa un boato o forse sono morto in un vulcano e il fuoco eterno m’ha purificato?
Non avevo questi bisogni, non potevo chiedere questa grazie. Era troppo morire ed essere cancellato! Sono proprio morto, perché non trovo più il mio corpo. Non lo trovo perché non ho veduto o perché ho ceduto il posto a qualche prenotato, qualche neonato venuto da lontano?
Scivolando da un utero scoppiato t’ha scaraventato il mostro che t’ha generato.
Sento il vostro odore acre, oleoso. L’ultima bolla d’aria che viaggia nei miei processi spugnosi si ripugna nel farvi entrare. Sono caduto nella morte. L’ultimo atto è stato fugace, rovinoso tanto da paralizzarmi tutto: la percezione acustica è conclusa. Non posso ascoltare i convenevoli alla melassa arrivati per l’occasione.
Tu, bambino precoce hai messo il vestito nuziale della morte.

In quale oceano avete rapinato la moralità intrisa di idiozia? Sputando lardo dalla dentiera gialla ai piedi della mia salma venuta come aliante.
Su, prendete un lembo delle mie budella e iniziate a soffiare: può darsi che diventi un pallone ed inizi a volare. Tutti voi che volevate il morto perché a corto di funerali; sarete corrotti dalla mia ombra copiosa che suda ancora. Vedrete sulle vostre teste un mosaico di vita che non ha bisogno più del corpo: contenitore perverso dove la bilancia scende più dal male. Dopo questo rito ritornerete a casa con l’addome gonfio di paura e suderete olio rancido dalla pelle squamosa colma di malattie alla moda.

Un richiamo, uno spettro, un pezzo di tempo fermo nella mia carne. Io che non posso più usarti deliquio.
Questo gusto che si imbelletta per un commisto con la morte. Ultimo lembo di pneuma risale dal mio tubo digerente indecente nell’orifizio orale; svuota nell’aria, una bolla esala e si perde inseguito da spettri venduti con le flebo attaccate ai genitali.
Perenne ho urlato imbalsamando la voce.
-Si parla dentro accompagnato da un pianoforte lugubre-
In questo anticipo di corteo, nessuno è capace di recitare la sua parte. Venite, venite! Il morto è felice e alquanto imbarazzato per non vedere le vostre facce nella decenza che le definisce.
Non vi vedo!

di Roberta Pirozzi

 
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